Rosarno, oltre la retorica

La parola Rosarno riporta alla mente immagini da guerra civile: cassonetti rovesciati, gente armata di bastoni che marcia per le strade, camionette di militari e polizia in assetto antisommossa. Sono questi i fotogrammi trasmessi dalla maggior parte dei telegiornali italiani all’inizio del 2010, quando, a gennaio, gli immigrati africani occupati nella raccolta di arance e mandarini, si sono scontrati con gli abitanti di questo piccolo comune calabrese adagiato su una collina affacciata sul porto di Gioia Tauro e sulla pianura circostante. Due migranti sono stati feriti da sconosciuti con pistole ad aria compressa e pallini da caccia: la comunità africana ha reagito con la forza della rabbia disperata, dell’esasperazione per le condizioni di vita indegne e le vessazioni che troppo spesso ha subito.

Scarse le immagini sulla vita quotidiana dei lavoratori, in maggioranza dell’Africa subsahariana. Ancora meno le informazioni sul tessuto sociale, economico e politico del paese, che aveva già causato diverse situazioni di estrema tensione, esplose poi a gennaio. Questa rappresentazione della realtà contrasta con “La Spremuta”, video realizzato dal giornalista Luca Bertazzoni, che ha aperto la presentazione del dossier “Rosarno arance insanguinate”, in occasione del Premio Ilaria Alpi a Riccione. Il video mostra la società rosarnese, accecata da una rabbia scaturita dall’indifferenza per le condizioni di vita dei lavoratori africani e manovrata dai poteri forti della Calabria. Poi, i migranti, che si muovono alla ricerca di lavori stagionali, da Brescia a Foggia, da Vicenza a Cassibile, vivendo in fabbriche abbandonate con il tetto in eternit e in vecchi silos.

Il dossier, curato e prodotto da Stopndrangheta e DaSud, non si limita a un’analisi approfondita dei fatti accaduti: la chiave di lettura è infatti necessariamente più ampia, in una visione che non rischi di isolare e decontestualizzare gli scontri di gennaio.

Come sottolinea Danilo Chirico, direttore di DaSud, Rosarno è territorio di immigrazione africana da più di vent’anni: sono loro, i lavoratori stagionali, prima algerini poi del Corno d’ Africa, che si ribellano in un territorio in cui nessuno lo fa più. E pagano con la vita: nel 1992 ci sono due morti nella comunità africana, nel 1997 un’altro lavoratore cade sotto i colpi della ‘ndrangheta. È infatti questa la piaga contro cui i lavoratori africani alzano la testa, sostituendosi a una conflittualità della società civile particolarmente presente fino al 1980. Prima di allora, Rosarno rappresenta uno straordinario esempio di democrazia partecipativa: il movimento contro la ‘ndrangheta, soprattutto contro la cosca Pesce, è fortissimo; il Pci prende il 40% alle elezioni. Nel 1980 la ‘ndrangheta, che comunque non ha mai abbandonato minacce e intimidazioni, decide di entrare in maniera più incisiva nel tessuto politico-economico: si interessa in misura sempre più pressante agli appalti, in particolare per la costruzione di autostrade, e piazza i propri uomini sulla scena politica.Le elezioni del 1980 sono precedute da una campagna tesissima, in cui i manifesti del Pci non vengono strappati o coperti, ma capovolti. Il messaggio è inequivocabile: vi possiamo colpire quando vogliamo. L’ 11 giugno 1980 Giuseppe Valerioti, esponente di punta del Pci, esce da un ristorante seguito da numerosi compagni, entusiasti per la vittoria del partito alle elezioni: viene ucciso da due fucilate, a 30 anni. È l’inizio del declino di un’intera comunità: la gente ha paura, si nasconde, e la ribellione lascia spazio a un sentimento di appiattimento, di blocco del senso critico, per cui il giornalista Amedeo Ricucci parla addirittura di “corresponsabilità sociale alla mafia”. Una corresponsabilità, è bene ricordarlo, che parte soprattutto dalle cariche istituzionali: Luca Bertazzoni, durante la sua video inchiesta, si è dovuto scontrare con la reticenza a parlare di finanza, carabinieri, polizia, ma anche INPS, ispettorato al lavoro, asl, peraltro ubicati in strutture mantenute in condizioni pessime, il che completa il quadro di un territorio abbandonato dalla politica e dalle istituzioni governative.

In questo contesto, i migranti africani, che non hanno paura di ribellarsi, se ne vanno da Rosarno solo scortati dalla polizia, in un clima di denuncia politica, sì, ma non della loro situazione, della ‘ndrangheta che regna sovrana e che guida le vessazioni a questi lavoratori. La politica si schiera invece contro la loro rivolta. Ma loro non demordono, sentono di non avere nulla da perdere: un ragazzo africano esplicita bene, nel video di Bertazzoni, questa condizione: “Non c’è lavoro, non c’è casa, non ci sono soldi, non c’è amore, non c’è niente. Perché?”

E infatti non si arrendono, e portando la propria protesta in giro per l’Italia incontrano la solidarietà di molte persone, le quali fanno della loro lotta la propria, comprendendo che l’obiettivo è comune.

DaSud ha attuato un progetto di regolarizzazione di 250 migranti provenienti da Rosarno, e sta facendo conoscere la situazione attraverso la diffusione del dossier. Intanto, i migranti si organizzano, contagiando con l’entusiasmo della loro rivolta un numero crescente di persone e associazioni.

In questo Paese, assopito da un’informazione troppo spesso imbavagliata senza nemmeno il bisogno di leggi ad hoc, per cui l’ opinione pubblica, con alcune doverose ma minoritarie eccezioni, si culla nella sensazione che ciò che succede al di fuori del proprio giardino non la riguardi, non ci si deve far scappare la possibilità di appropriarsi di un grande beneficio derivante dalla troppo citata globalizzazione: la condivisione delle lotte.

Serena Chiodo

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