Premio Alpi, tra giornalismo e verità

Conferenza stampa di presentazione Premio Ilaria Alpi
Conferenza stampa di presentazione Premio Ilaria Alpi

Conferenza stampa di presentazione Premio Ilaria Alpi

A sedici anni di distanza la morte di Ilaria Alpi e di Milan Hrovatin rimane ancora avvolta nel mistero. La presentazione della quindicesima edizione del premio dedicato alla giornalista Rai, assume non solo i toni di una conferenza stampa, ma il più viscerale valore di un appello, lanciato dagli organizzatori, per chiedere che finalmente sia fatta chiarezza su quanto è avvenuto in Somalia. E la speranza di avere verità e giustizia parte dal cuore delle Istituzioni, dove una raccolta firme bipartisan sta cominciando a dare respiro e luce a una vicenda che proprio in sede istituzionale, con la tormentata vicenda della Commissione di inchiesta guidata da Taormina, aveva vissuto uno dei suoi momenti più bui e controversi.

La presentazione della nuova edizione, dal 15 al 19 giugno prossimi, di quello che da tempo è  uno dei più prestigiosi premi per il giornalismo televisivo di inchiesta, diventa anche un modo per riallacciare i rapporti con l’impegno del Parlamento a farsi carico della ricerca della verità. Le firme, «quasi cento in poche ore», raccolte in maniera bipartisan sono il primo traguardo di un percorso che vorrà portare direttamente al capo dello Stato una richiesta formale per fare luce su un caso tuttora aperto. «Dopo sedici anni, lunghi e dolorosi – ha detto il giornalista e direttore scientifico del premio Andrea Vianello – si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Alla verità giornalistica non risponde però una verità giudiziaria, anche se c’è uno spiraglio, perché il gip Emanuele Cersosimo del Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di archiviazione».

La vicinanza della politica è emersa dagli interventi dei tanti parlamentari politici che hanno raccontato l’adesione trasversale all’appello rimarcando la necessità di fare uno step ulteriore per garantire che il caso Alpi non rimanga l’ennesima oscura storia italiana. «Impedire una perdita della memoria e la possibilità che altri casi come questi vengano fuori» così ha commentato Leoluca Orlando, politico Idv, facendo anche notare quanto sia importante e invasivo il traffico dei rifiuti tossici su cui Ilaria Alpi stava lavorando. Incassando una condivisa partecipazione dai colleghi Marchioni, Pd, Granata, vicepresidente della Commissione Antimafia per il Pdl.

Eppure la politica era stata attivamente coinvolta con i lavori della già citata commissione Taormina, che portò a una relazione di maggioranza, e due di minoranza. Carmen Motta che di quella commissione faceva parte è chiara: «noi vogliamo ancora la verità, manca il tassello finale e non siamo per niente soddisfatti di quella relazione con cui il caso fu liquidato. Penso che il materiale raccolto sia prezioso, al punto che in parte è secretato». Strano caso quello della commissione Taormina, capace di “dipingere” «Ilaria e Miran come due turisti», come sottolinea Morrione, direttore di Libera Informazione, facendo un mirato attacco a quei settori dei servizi segreti che hanno tradito lo Stato e sono, a vario titolo, responsabili di quei casi oscuri dei quali la storia di Ilaria Alpi e lo stragismo mafioso del 92-93 sono due fulgidi esempi. E nella giornata che ha visto la fiducia al ddl intercettazioni al Senato, non poteva mancare una stoccata di Giulietti, portavoce di Articolo 21, che ha sottolineato «la possibilità del nuovo processo per il caso Alpi, di rimanere oscurato, visto il bavaglio che impedirà di parlarne». Una lotta che pur se non direttamente  collegata è intimamente correlata al caso Alpi, al premio che ne porta il nome, «un premio al giornalismo di inchiesta che vuole introdurre luce dove c’è oscurità», come ci racconta Francesco Cavalli, tra i promotori della cinque giorni di Riccione.

Stefano Fantino

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